Ostacoli mentali

Ostacoli mentali

Se c’è una cosa sulla quale siamo bravissimi è quella di saper costruire potenti e invalicabili barriere mentali. Non parliamo di vere e proprie patologie, ma del metodo impicciato di una persona sanissima e della sua psiche, intenta ad affrontare la quotidianità. E tirare a campare!

Il quadro di copertina, un particolare del “Pensiero malinconico” di Francesco Hayez (opera ancora più “depressa” rispetto a un’altra simile dello stesso artista: “Malinconia”), rispecchia al meglio la riflessione che vorrei esprimere in queste righe, rappresentando la malinconia interiore che nasconde ogni persona che seppellisce i propri problemi. All’esterno si può anche esprimere gioia da tutti i pori, ma è così che lo specchio ritrae la sofferenza del proprio essere.

In passato ho parlato di un grande psichiatra e psicologo appartenente alla magnifica triade Freud-Jung-Adler, padri delle omonime scuole di psicoanalisi. Dei tre egli è Alfred Adler, che attraverso la sua psicologia individuale penso sia riuscito a trovare la sintesi del nostro complicato IO interiore. Ne spiegai le ragioni in un vecchio articolo, Psicologia del cambiamento, che vi invito a leggere insieme a una successiva riflessione “motivazionale” che scrivevo in Un superpotere del cambiamento.

Più che sulla motivazione a me piacerebbe che ci si focalizzasse sulla consapevolezza. Non è dicendo “Dai che ce la fai!” che risolviamo il problema a chi se lo nasconde; ma lo aiutiamo solo se prima lo rendiamo fortemente consapevole del suo problema. Dopo, ben vengano anche le motivazioni.

Il fulcro è questo: non si accetta il problema, perlomeno nella sua completezza. Grande o piccolo che sia.

E allora c’è poco da fare, credetemi. Se si edificano bunker mentali all’interno dei quali chiudere i problemi che infastidiscono, perché ragionandoci si metterebbe a disagio il proprio equilibrio o farebbe soffrire persone care, si finirà inesorabilmente per avvelenare la vita propria e quella altrui.

Non vale nemmeno chiuderli dentro trappole di cristallo per poterli sbirciare di tanto in tanto con la coda dell’occhio, attivando quel minimo di razionalità che rende consapevoli dell’esistenza del problema, ma facendolo poi scadere a questione secondaria, sopportabile, per un bene più grande al quale abbiamo riservato un significato distorto e più nobile rispetto al problema di cristallo. Potremmo anche avere ragione, ma perché rischiare? Perché non accettare l’esistenza del problema, di qualsiasi entità esso sia, e circondarlo dai nostri pensieri nelle sue tre dimensioni? Se poi era qualcosa di banale risulterà facilissimo liberarsene.

Non facciamo sentire solo il problema!

Si scontenti chiunque. Chi rimane scontento di un nostro problema vuol dire che non tiene particolarmente a noi, ma all’utilità che noi rappresentiamo per loro; purtroppo succede anche in famiglia, non ci si deve stupire degli egoismi e narcisismi che ci circondano (sono anch’essi problemi). Oppure rimangono scontenti coloro che a causa di quel problema non possono più controllarci, o addirittura possono causare un problema più grande.

In effetti, se ad esempio avessimo un problema di natura lavorativa che sopportiamo e somatizziamo, affrontarlo potrebbe causare un licenziamento. Quindi un problema apparentemente più grande. Invece no! E’ sempre lo stesso problema lavorativo; se dalla soluzione può conseguire un licenziamento significa solo che non è la soluzione corretta oppure tale conseguenza è inevitabile e bisogna trovare una soluzione che copra il rischio, come assicurarsi una nuova occupazione o fare progetti concreti per crearne le condizioni. Ma con l’obiettivo principale e irrinunciabile di preservare la propria salute mentale, a qualunque costo.

Facile, a parole.

Ed è questo il punto. Siccome nella pratica è difficile allora ci si arrocca dietro una condizione di più apparente conforto, che è quella di rifiutare l’accettazione del problema. Lo facciamo anche ricorrendo a distrazioni, svago, e amenità simili per resistere e continuare a tenere ben imbrigliato il problema.

Se non è facile, ma non si fa nulla per facilitarlo, diverrà davvero insormontabile.

Proviamo dunque a passare all’azione. C’è una cosa semplicissima che si può fare: liberare il problema dai nostri vincoli mentali. Deve poter circolare nella mente senza ostacoli; dobbiamo averlo lì, sempre con noi, a fluttuare tra i pensieri coscienti e l’inconscio, che magari inizia a lavorarci sopra senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Questo potrà dare fastidio, perché abbandonando ogni metafora di barriere mentali e affini, l’atto pratico risulta nel doversi alzare la mattina e, tra le altre cose a cui si pensa, fare anche la lista dei problemi che si hanno: si pensano soltanto, si scrivono, si recitiamo, o come si vuole. L’importante è fare questa lista è dire: «Ok, devo tener presente che cerco una soluzione per X, Y e Z!».

E così siamo andati già oltre le parole.

Ripeto, potrà dare fastidio doversi sobbarcare il disagio di ammettere il problema rievocandolo puntualmente a mente. Ma non esiste nessun altro rimedio se vogliamo accettare il problema e trovare, prima o poi, una soluzione. Lo stillicidio che creiamo a noi stessi permette alla mente di attivarsi più o meno come quando avviamo un App sul cellulare. Inizia a girare, e compie il suo lavoro.

Abbiate anche cura di osservare che a volte ci sono App molto complesse che necessitano di una potenza di calcolo superiore. Esistono i cellulari di ultima generazione, i computer, i supercomputer, i cloud che riuniscono in cluster potenze di calcolo incredibili, e così via. Non si sa quanta potenza abbia il vostro cellulare (mente), e non sappiamo quante risorse richieda la vostra App (problema), quindi è essenziale capire che può servire un aiuto esterno.

Arrovellarsi il cervello in solitudine con quel sistema rievocativo di cui parlavo può diventare anche pericoloso, se da questo inizia a dipendere una sofferenza addirittura maggiore dell’ignorare e sopportare il problema. Significa che non abbiamo abbastanza potenza di calcolo e l’App va continuamente in crash! Ci servono senz’altro delle ulteriori potenze di elaborazione che possiamo trovare in parenti, amici, esperti, e chiunque riesca ad aiutarci a far girare bene la nostra App.

Consentitemi di chiudere ricordando nuovamente l’ultima volta (credo) che ho affrontato argomenti simili, sottolineando nuovamente i due articoli citati in premessa. Sono il compendio esteso e ideale a quello che ho appena aggiunto in in queste righe.

Base foto: “Pensiero malinconico”, Francesco Hayez (olio su tela, 1842), Pinacoteca Brera, Milano

Commenta e interagisci
Vai all'articolo su Facebook
Vai all'articolo su Twitter
Scrivimi
Dona un caffè
La donazione fa giungere questi pensieri a più persone possibili.
Gli algoritmi di ricerca su internet, e quelli preferenziali dei social, non premiano cultura, pluralismo e contenuti utili e interessanti, ma fanno prevalere le banalità, le popolarità, l'intrattenimento, e la supremazia di informazioni mainstream promosse anche da incenti investimenti pubblicitari.
Questo progetto sarebbe invisibile senza costanti investimenti di autopromozione.
CONDIVIDENDO l'articolo e segnalando il sito e i profili social, contribuirai ancora meglio.

Pubblicato da

pgv-mini.jpg

P. Giovanni Vullo

In questa navicella spaziale, vado in giro a fare scoperte. Provo a capire come funziona. E ve lo racconto.