Evoluzione e involuzione

Evoluzione e involuzione

Esiste una quantità incalcolabile di energia attorno a noi, proveniente dal nostro stesso pianeta, da ogni granello di materia, e da ogni altra parte del cielo nell'universo sconfinato. Pensate a quella che ogni istante ci viene irradiata dal sole, o alla più modesta e pur sempre gigantesca energia scatenata da un singolo fulmine durante una tempesta. Quando i programmi di divulgazione parlano di queste cose, solitamente ci dicono che basterebbe poterne imbrigliare qualche attimo per coprire le esigenze energetiche dell’intero pianeta.

Ma pensate anche a quante persone lavorano oggi per poter produrre e gestire l’energia che consumiamo. Se fosse possibile “captarla” direttamente a casa propria, un po’ come avviene molto limitatamente con i pannelli solari, forse il 90% e più di queste persone rimarrebbero senza lavoro.

Però presto o tardi accadrà. Il problema, che non sarebbe affatto un problema (anzi!) dobbiamo porcelo. Perché con qualche aggeggio tecnologico domestico riusciremo alla fine a catturare tutta quell’infinitesima energia che ci serve dall’enormità che ci avvolge e travolge costantemente.

Ma succederanno anche altre cose.

Riusciremo a trasformare l’energia in materia, e così sarà risolto il problema della fame nel mondo. Già si riesce a farlo con brandelli atomici attraverso gli acceleratori di particelle, come L.H.C. (Large Hadron Collider) di Ginevra; ma che si potesse fare lo diceva anche la famosa relazione di Einstein attraverso l’equazione E = mc 2. Lo facciamo già bene nella direzione inversa, cioè liberando l’energia dalla materia attraverso le reazioni nucleari (centrali energetiche, bomba atomica, etc.).

Realtà! Non certo fantasie. Ma considerate che quell’elegante equazione della relatività ristretta - appena vista - ci dice che occorrono ben 25 GWh di energia per creare un solo grammo di materia. Un'energia considerevole che basterebbe per alimentare una città come Bologna per quasi una settimana. Non sarà dunque facilissimo. Al momento siamo bravi con la fissione; ma anche qui considerate che quel “bravi” significa che sappiamo liberare l’energia dalla materia per meno dell’1% del suo potenziale. Un nonnulla! Ma in una bomba fa già danni incalcolabili. Ci stiamo impegnando anche nel processo di fusione nucleare, con risultati molto promettenti: non riusciamo ancora a imbrigliare il plasma per mantenerlo in un campo stabile, ma in pratica abbiamo più volte “ricreato” il sole in miniatura in laboratorio. Anche se per pochi attimi, sono stati generati ben 11 MWh di energia (Feb 2022, laboratorio JET, Joint European Torus, GB).

Insomma, realtà sicuramente ma: stiamo lavorando per voi!. Questo ci direbbero gli scienziati. I problemi di cibo si risolveranno sicuramente in altro modo e ben prima, a voler essere ottimisti. Come dicevamo, basterebbe giungere all’obiettivo più prossimo di poter disporre di energia in quantità e a piacimento senza doverla pagare né danneggiare il pianeta.

Sentiamo continuamente parlare di tutte queste cose che affascinano e fanno sognare, non essendo però altro che duro lavoro in studi e ricerche che determinano infine i frutti costanti dell’altrettanto naturale progresso tecnologico. Si potrebbe forse obiettare sull’aggettivo “naturale” che identifica il progresso come scopo dell’umanità?

O dovremo fermarci prima. E prima di cosa? A che scopo?

Queste domande se le pongono spesso in tanti, cercando un punto nello spazio e nel tempo in cui dire: «Ecco, ora basta così. Era tutto quello che ci serviva e dobbiamo fermarci qui!». Un pensiero antagonista al progresso e difficile da validare, ma comprensibile se si pensa alle devastazioni che l’uomo ha operato usando le scoperte frutto del suo intelletto. Per esempio la bomba atomica, che cancella le vite, piuttosto che i cellulari e i social odierni, che forse cancellano i cervelli. Insomma, c’è sempre qualcosa con cui prendersela. Qualcosa che era meglio non studiare, scoprire, inventare.

Quando dovremmo esattamente fermarci? Dobbiamo capire se siamo già andati troppo avanti e distinguere l’utile dall’inutile, in una dimensione di armonia e prosperità perfette che eliminerebbe i difetti dell’attuale dimensione umana imperfetta e ipertecnologica, devota al progresso. Penso sia proprio questa la chiave: i difetti.

Il genere umano ha tanti difetti, e dovremmo allora indagare se questi siano legati al progresso tecnologico piuttosto che alla cattiva educazione dell’uomo. Tornando all’esempio della bomba atomica, è chiaro che se non fosse stata costruita si sarebbero risparmiate le 225.000 mila vittime tra Hiroshima e Nagasaki (stime ufficiali tra 200 e 250 mila: dall’esplosione a oggi), meno dello 0,4% delle vittime totali occorse durante quell’orribile conflitto che fu la seconda guerra mondiale. Poche vite - se mai fosse possibile dirlo - considerando che il grosso delle perdite, ossia il 99,6%, lo abbiamo subito in modo “convenzionale”, e con la bomba ebbe termine anche la guerra.

Ma stiamo forse dicendo che la bomba ha troncato il conflitto e risparmiato altre vittime “convenzionali” su un arco temporale indeterminato? Si, potremmo supporlo, e naturalmente sarebbe orribile. Non si potrebbe mai ragionare in termini di vittime utili e agnelli sacrificali, tantomeno preferire stermini di massa, in pochi minuti, piuttosto che lenti e attraverso le secolari guerre medievali o gli odierni conflitti di tanti popoli nel mondo. Sono tutte cose inaccettabili.

E allora? Beh, dobbiamo semplicemente renderci conto che a essere inaccettabile non è un’arma di distruzione di massa o l’arco con le frecce, ma la volontà e determinazione dell’essere umano nel progettare e far del male ai propri simili. E lo farebbe usando qualunque cosa, anche a mani nude!

Sicché il progresso, la tecnologia, e perfino la bomba atomica, non sembrano davvero responsabili di alcunché, perché l’uomo compie i suoi errori e crimini sempre, comunque e indipendemente dall’essergli facile o difficile. Oggi, grazie alla fissione nucleare, gli scienziati studiano possibili scenari per causare esplosioni e dirottare un eventuale asteroide che minacci il nostro pianeta. Ed ecco che uno strumento di morte si trasforma in un’opportunità di vita.

No. Non dovrebbe essere la tecnologia il nostro problema. Il contenuto della scorza umana non muta limitandone la crescita, ma può solo regredire a qualcosa di peggiore.

Se siamo davvero convinti che questa sia la risposta giusta, allora non c’è nessun tempo per fermarsi e nessun progresso da arrestare, ma solo noi stessi da educare. Avete presente quella frase: «Non è la tecnologia il male, ma il modo in cui la usiamo!», ecco il suo senso ragionato. E il mio non è nemmeno il migliore dei ragionamenti.

Non possiamo temere di scoprire e utilizzare le scoperte. Non possiamo frenare quell’ipotetico aggeggio che ci permetterà di utilizzare l’energia che ci irradia, perché molti perderebbero il lavoro. E non possiamo arrestare ciò che potrebbe risolvere il problema della fame nel mondo, se mai si presentasse la trovata definitiva.

Qualche giorno fa, l’attuale presidente del consiglio, Meloni, interveniva alla 78esima assemblea generale dell’ONU facendo anche un discorso tanto curioso quanto misterioso, sicuramente a tema con quello di cui stiamo parlando.

[...] Pensiamo all'intelligenza artificiale: le applicazioni di questa nuova tecnologia rappresentano sicuramente una grande opportunità in molti campi, ma non possiamo fingere di non comprendere anche gli enormi rischi che porta con sé.

Io non sono certa che ci stiamo rendendo conto abbastanza delle implicazioni connesse a uno sviluppo tecnologico che corre molto più velocemente della nostra capacità di governare gli effetti.

Eravamo abituati a un progresso che aveva come obiettivo ottimizzare le capacità umane, e oggi ci confrontiamo con un progresso che rischia di sostituire le capacità umane.

E se in passato questa sostituzione si concentrava sul lavoro fisico, così che gli uomini potessero concentrarsi sui lavori di concetto, di organizzazione, oggi è l'intelletto che rischia di essere soppiantato, con conseguenze che potrebbero essere devastanti particolarmente nel mercato del lavoro. [...]

(un brano dell’intervento della Meloni)

Non è un pensiero chiarissimo ma traspare indubbiamente il timore della presidente. Ad ella interessa principalmente che l’uomo lavori in prima persona, e non venga sostituito dalle macchine “pensanti”, che oggi chiamiamo intelligenza artificiale (e non sono per nulla pensanti, tra l’altro).

Perché questi timori? Supponiamo che l’uomo riuscisse a farsi sostituire nella maggior parte dei lavori, perché mai non dovrebbe farlo? E perché non lasciarlo solo sovrintendere? Abbiamo appena ragionato su vantaggi e svantaggi del progresso tecnologico, osservando che questo non è mai un male a prescindere, e non occorre pensare a come “governarlo” ma semplicemente non usarlo per fare del male!

Questa cosa è semplice: non far del male e non farsi del male!

Sull’intelligenza artificiale, IA, il timore che la presidente non riesce a esprimere compiutamente è legato a ben altro. A tradire il senso delle sue parole, che sono comunque vicine a quelle di molti altri opinionisti di varia estrazione e responsabilità, è quel citare il “lavoro” dell’uomo. Perché la presidente si vorrebbe in realtà chiedere: di cosa vivranno quei lavoratori che poi sostituirà l’IA?

Quindi qualcuno userà l’IA per fare certamente del male a chi verrebbe sostituito. Un male indiretto e dovuto al licenziamento che non permetterà a costoro di potersi mantenere.

Questo non si può dire. Perché suona male, anzi malissimo, e non si avrebbero valide argomentazioni a ciò che qualcuno potrebbe obiettare. Banalmente, qualcuno potrebbe fare l’esempio di quel lavoratore che assemblava dati per un’azienda, e che s’inventò un programma che lo faceva automaticamente, continuando a incassare lo stipendio senza però fare più nulla. La conoscete? Magari non è che non facesse proprio più nulla, ma controllava di tanto in tanto il suo programma, si accertava che tutto funzionasse per bene, e per l’immenso tempo libero restante faceva quello che gli pareva. Qualcuno dice che avendo tanto tempo libero e una buona inventiva, fece molte altre cose utili.

Una risposta del genere, pur essendo piuttosto verosimile, se non ovvia, metterebbe in crisi l’intera struttura economica mondiale, costretta a ripensare il modo in cui le persone si procurano il denaro, e cioè lavorando direttamente in prima persona. Non è possibile che una macchina sostituisca l’operaio e che l’operaio, anziché essere licenziato, continui a essere retribuito senza far niente, o facendo un percorso di riqualificazione.

Essere pagati per “non far nulla” è inconcepibile. Il perché lo sia, però, non è affatto chiaro. E’ liquidato in due parole attraverso opinioni di alcun pregio dialettico e financo soggettivo, ma ciecamente assorbito da chi poi lo reitera nella propria sfera sociale, del tutto ignari dei significati assenti in quelle parole, dei luoghi comuni con le quali sono assemblate, e dunque dei ragionamenti irreperibili e privi di tesi.

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Ne parlai introduttivamente anche in un precedente articolo: Se Ramanujan avesse avuto il RBU (L’ozio del genio), maggio 2023, fai.informazione.

Abbiamo così trovato il male dell’IA e di ogni altra “diavoleria” che tenderebbe a sostituire l’uomo. Questi, semplicemente, non deve affrancarsi dal lavoro, perché così è stato deciso da misteriose intelligenze che ritengono di dover frenare questo lato del progresso. Peraltro, è davvero difficile capire quali siano i benefici che avvantaggerebbero queste misteriose intelligenze dal frenare un cambiamento inarrestabile. Probabilmente non lo sanno nemmeno loro; difendendo un sistema per mera abitudine e perché verosimilmente trasmette la sicurezza della routine. Se fosse soltanto così, allora non dovremmo chiamarle misteriose intelligenze, ma misteriose ottusità.

L’ultima cosa da giustificare è l’averlo definito “cambiamento inarrestabile” nonostante queste frizioni provenienti dal mondo politico e soprattutto economico. La risposta è nella volontà naturale dell’uomo, talmente irrefrenabile nel suo voler progredire che da un lato alimenta gli studi e la ricerca per potersi meravigliare e compiacere delle proprie scoperte ed opere, e dall’altro teme che queste stesse cose gli potrebbero sottrarre una qualche posizione in società.

E su quest’ultima cosa ha in effetti ragione: il progresso è un formidabile ascensore sociale che può infastidire parecchie velleità.

Base foto: Steve Buissinne da Pixabay

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P. Giovanni Vullo

In questa navicella spaziale, vado in giro a fare scoperte. Provo a capire come funziona. E ve lo racconto.