Apoliticismo tossico!

Apoliticismo tossico!

Non oserei chiedere al componente di una famiglia, un compagno, una figlia, un altro qualunque soggetto che ne condivide vita e spazi, se si interessa o meno a come si vive in quella famiglia. Se parla delle sue aspettative, desideri, modi di condurre la quotidianità, stile di vita e salute propria, e degli altri componenti della famiglia nel suo complesso.

Non oserei farlo perché immagino che la risposta sarebbe scontata: «Certo che mi interesso, è la mia famiglia!».

Non oserei chiedere al membro di una comunità che condivide rapporti sociali e vincoli morali, come ad esempio le comunità associative o religiose, se si interessa di come funziona tale comunità; se ne assolve sempre i principi, o ne discute per migliorarli, e naturalmente prendere posizione su quello che ritiene giusto o sbagliato.

Perché anche lui mi risponderebbe: «Certo che mi interesso, è la mia comunità!».

Non oserei chiedere a un cittadino di un paese che va a votare democraticamente se si interessa del modo in cui questi rappresentanti governano il paese; se condivide, se dissente e disobbedisce quando necessario, se fa sentire le sue istanze e approva o disapprova prendendo posizione.

E come potrei chiederlo, il cittadino mi risponderebbe: «Certo che mi interesso, è il mio paese!».

E invece no. In quest’ultimo caso il cittadino potrebbe rispondermi molto diversamente. Il paese non è la sua famiglia, non è il condominio dove vive, e nemmeno il quartiere, oppure la comunità di cui ha voluto far parte. Del paese dove si vive ci si può incredibilmente e irrazionalmente disinteressare, e lo si può fare con un orgoglio fuori luogo e incoerente dichiarandosi apolitici. L’incoerenza di questo termine con l’azione che poi compiono i cittadini esercitando (o non esercitando) il diritto di voto è come minimo paradossale, un’evidente dissonanza cognitiva.

In famiglia si vota forse un membro che poi fa subire agli altri ogni sua decisione? Non avviene questo. E non avviene in qualunque contesto di aggregazione e vita sociale, che non sia una caserma militare! Se non si è soddisfatti ci si agita, si cerca di far valere le proprie ragioni. La delega iniziale non è mai “in bianco”, e dunque non è mai stata ragione per poi stare zitti e subire. E perché, allora, si accetta in politica? E si è pure contenti e orgogliosi di farlo!

Questo è l’apoliticismo tossico. E la sua tossicità è totalmente assorbita dal cittadino, stordito, che la subisce come fosse un valore.

Di solito si scherza quando si dice: «Ah no, a casa mia comanda mia moglie», vorrei vedere. Invece si dice sul serio con la tipica frase: «Nella vita ho commesso tanti errori, ma non quello di fare politica». Non si capisce che dovrebbe essere anche questo uno scherzo, per farsi una risata o dissacrare quella politica che compie nefandezze, da cui naturalmente ci si dissocia. E’ l’unica ragione per cui una frase del genere può essere pronunciata; poi, come in famiglia, bisogna tornare immediatamente coi piedi per terra ed essere pienamente consapevoli che ne siamo membri attivi: della famiglia e della politica!

Le decisioni politiche influenzano pesantemente la nostra vita: tanto del cittadino qualunque quanto di un qualsiasi Ente che opera in un sistema paese.

Ha fatto benissimo l’AD della RAI a prendere posizione è schierarsi con Israele, facendo leggere a Mara Venier un suo comunicato. Fatto atipico, ma nel bene e nel male si deve sempre prendere posizione, quantomeno per evitare di finire nell’antinferno dei pusillanimi di cui ci parlava Dante, una zona di orribili pene destinata proprio a chi non si schiera dalla parte di nessuno, e perciò viene schifato tanto dal paradiso quanto dall’inferno stesso.

Poi, chiaramente, possiamo discutere di quanto abbia fatto male a schierarsi con Israele. Ma questa è un’altra storia; mentre qui interessa solo l’essere partecipi e interessarsi alla politica. E ripeto: nel bene e nel male!

Schierarsi è anche il solo pendere minimamente verso una parte, quando le questioni sono troppo complesse per stabilire dove abitano le vere ragioni. E non v’è dubbio che il conflitto israelo-palestinese sia estremamente complesso; ma per poter far pendere momentaneamente l’ago della bilancia verso una delle parti, e schierarsi, è sufficente osservare la dismisura inaccettabile tra gli orrori del 7 ottobre inferti da Hamas a Israele, e gli orrori che Israele ha inferto ai palestinesi fino ad oggi, senza accennare alcun fremo a tale smisurata vendetta.

Stare con Ghali, Dargen D’Amico, l’ONU, le associazioni umanitarie e i paesi nel mondo che hanno ripetutamente, e senza successo, chiesto a Israele di fermarsi, è un'opzione: o dentro o fuori! Oggi il governo d’Israele (e non gli israeliani!) è stato posto innanzi al tribunale della Corte Internazionale di Giustizia, che ha già emanato l'Ordinanza n. 192 del 26 gennaio scorso, tramite la quale ha adottato misure cautelari nei confronti di tale governo per la sua plausibile violazione della Convenzione contro il crimine di genocidio.

Ognuno opzioni come gli pare. Ma osservi, capisca e si schieri!

L’EBU no. Non si schiera. Dice: «L’Eurovision è un evento apolitico», quindi Israele può partecipare (cfr: Fanpage, LINK ESTERNO). E ancora una volta quel termine viene fuori solo per farci arrabbiare: “apolitico”.

La censura dei cittadini di un altro paese, solo perché hanno la sfortuna di avere un governo criminale, è certamente inammissibile. E’ stato gravissimo quando l’EBU escluse la Russia con la motivazione che “la presenza russa avrebbe portato discredito alla manifestazione”. L’EBU, evidentemente, è apolitico a convenienza. (cfr: Fanpage, LINK ESTERNO).

Un termine, dunque, che si usa anche a convenienza e con molta superficialità e ipocrisia; che mai, comunque, dovrebbe essere citato come “valore”. Perché disinteressarsi della politica non è un valore ma un demerito.

L’EBU, o qualsiasi altro Ente od organizzazione di evento, ha sempre il dovere di valutare se la sua attività è compatibile con la propria morale. Ovviamente non deve evitare valutare le sovrastrutture (politica di un paese) ma deve farlo sugli elementi che le supportano (cittadini di quel paese). Quindi ha il dovere di prendere posizione morale su quando sta accadendo nel conflitto israelo-palestinese, e subito dopo esaminare la posizione personale di chi parteciperà. E se tale posizione è incompatibile, allora farà la scelta “politica” compatibile con la propria visione morale. In stretta sintesi: se l’artista di quel paese si schiera in una posizione contraria, allora la sua morale diventa incompatibile con l’evento e ne giustifica l’esclusione.

In situazioni del genere, dunque, il dichiararsi apolitici corrisponde anche al dichiararsi amorali!

Tutto questo vale tanto per l’EBU quanto per chi parteciperà all’Eurovision. Torna alla mente la scelta morale che fece Zerocalcare nell’aver deciso di non partecipare all'evento del Lucca Comics, ritenendo che il patrocinio del governo Israeliano fosse fuori luogo. Una situazione diversa. Qui dovrebbe solo interessare la posizione di chi partecipa, perché non c’è alcun patrocinio.

La comodità di aver conferito “valore” alla tossicità del termine “apolitica”, permette di non doversi impantanare in tutte queste prese di posizione e valutazioni scomode, che finiscono così per connotare individui e gruppi come dei perfetti pusillanimi danteschi.

E a parte esserlo davvero o meno (ma la scriminante non la intercetto) ci si danneggia comunque da soli. Su questo mi piace sempre citare Platone:

Una delle punizioni che ti spettano per non aver partecipato alla politica è di essere governato da esseri inferiori

Nessuno mi fraintenderà, ma un'ultima cosa va chiarita. Astenersi dalla politica è sempre inammissibile, ma astenersi da una questione per cui non si hanno elementi per prendere anche una minima posizione, è invece un dovere. E solo se tali elementi mancano per oggettiva incompetenza e assenza di un dovere nel doverli conoscere.

Qualcuno sarebbe dunque esonerato dal partecipare alla politica?

Base foto: particolare del dipinto “Il quarto stato”, di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901, olio su tela), presso Galleria d’Arte Moderna di Milano

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P. Giovanni Vullo

In questa navicella spaziale, vado in giro a fare scoperte. Provo a capire come funziona. E ve lo racconto.