Una censura incensurata

Una censura incensurata

Ho certezze su pochissime cose, e tra queste c’è indubbiamente la mia avversione per qualunque forma di censura o cancel culture, che dir si voglia. In passato ne ho parlato tante volte, e tra le riflessioni che mi vengono in mente potrei segnalarvi Pareidolia e cancel culture, e un interessante caso di solerzia istituzionale piuttosto amara in Trattatello sul vilipendio al buon senso.

Ai giorni nostri considero pienamente legittima persino l’esistenza del libro del generale Vannacci, che è forse la cosa più distante dal mio pensiero e, francamente, assai disturbante dopo averlo letto.

Ma merita di stare sugli scaffali. Perché né io né altri possiamo stabilire con assoluta certezza se questo testo di rara incongruenza, insensatezza, paradossale, stravagante, antiscientifico, perfino contraddittorio e geneticamente concepito tra malcelati toni di aspra frustrazione, possa comunque risultare utile a qualcosa. Può essere l’esempio del cattivo esempio (per esempio…), dei modelli fraintesi o devianti della società; può anche avere delle chiavi di lettura degne di approfondimento, nel bene e nel male, che mettano in risalto il malessere stesso dei giorni nostri.

Chi può sapere se in effetti si può guarire dall’essere gay evitando di frequentare i gay - come lo stesso Vannacci sciorinava in un’intervista pochi giorni fa. Chi può sapere se l’essere gay è veramente una questione di condizionamento sociale, come egli afferma elucubrando da fonti ignote agli antipodi di ciò che è noto da secoli nella medicina, nella scienza e nella morale universale dell’etica.

Chi può sapere tutto questo? Un malessere del “sapere non saputo” che ha comunque già aperto ampie sacche nel dibattito sociale (e caspita!). Quindi ritengo che quel libro sia già servito a suscitare una certa attenzione su tante cose taciute o adombrate per ipocrisia, pigrizia e convenienza. Merita senz’altro gli scaffali, lo ripeto.

Forse potrei eccepire sulla virtù dimenticata della temperanza, di cui parlo altrettanto spesso, e mi è anche capitato di farne qualche addebito proprio al nostro generale del “Mondo al contrario”. Perché avere idee così radicali e scollate dalla realtà - a mio giudizio, ovviamente - può anche essere comunicato con più gentilezza, che però non si riveli ipocrita o come si suol dire: politically correct!

A tutto ciò esiste un’unica e ragionevole eccezione: una precisa finestra temporale ove la censura non solo è ammissibile ma assolutamente necessaria. E’ appunto la “censura incensurata”, pulita, legittima, auspicabile.

Questa finestra temporale si apre davanti a gruppi di individui immaturi, e si chiude nel momento in cui tali soggetti acquisiscono la loro maturità minima di base. E chi può rappresentare meglio dei bambini gli individui di tali gruppi? Sono loro, ovviamente, quelli da tutelare attraverso la censura di chi ha il dovere di educarli. Una censura ragionata, dosata, che via via si apre, mostra, e viene a spiegare l’intera realtà e verità del mondo. Ma che non può essere sbattuta in faccia nell’immaturità degli strumenti ancora incapaci di elaborarla.

Sempre più spesso mi chiedo se in tali gruppi non rientrino anche altri soggetti, che pur non essendo più bambini, e dunque immaginando degli adulti che abbiano tutti gli strumenti esperienziali, intellettivi e culturali per elaborare il libro di Vannacci - e scusate se torno sull’argomento, ma è solo perché siamo partiti con questo esempio - alla fine tali strumenti si rivelano carenti e pertanto immaturi. Questo è un bel dilemma che mi porterebbe a fare tanti esempi e riflessioni, ma mi dilungherei davvero troppo ed è meglio riservare questo ragionamento per un articolo futuro.

Sotto la luce di queste premesse vorrei ora riflettere sulle recenti polemiche sollevate attorno al discorso di Paola Cortellesi presso la LUISS, come nell’altro drammatico caso di cronaca che ha interessato Selvaggia Lucarelli e una ristoratrice, la sig.ra Giovanna Pedretti, che purtroppo si sarebbe tolta la vita. Due casi completamente diversi tra loro, ma entrambi satelliti del pianeta censura.

Partiamo dal caso della Cortellesi, artista che penso tutti conoscano per le sue notevoli doti a tutto tondo, esordiente ultimamente anche come regista nel suo film di successo “C’è ancora domani”, di cui è anche protagonista.

La Cortellesi è stata invitata alla cerimonia d’apertura dell’anno accademico della LUISS per raccontare la storia del suo film; una storia che narra di prevaricazione e violenza di genere e si inquadra trasversalmente alle tematiche accademiche per cui la LUISS è famosa. Ho trovato l’intervento dell’artista molto intelligente, lucido e genuinamente ironico, trattandosi di una persona che ha sempre saputo fare anche dell’ottima comicità. In circa diciannove minuti - che vi invito a vedere per intero - ha saputo disegnare la sintesi di quel prevaricarismo di genere che tutti conosciamo e spesso disconosciamo, adottando, paradossalmente, una censura inconsapevole su una realtà di drammatica evidenza.

Nel suo discorso la Cortellesi ha fatto un parallelismo, di breve entità e durata, tra la storia del suo film e alcune fiabe note a tutti noi, come Biancaneve e Cenerentola. Da quel contesto, sensato, ironico, assolutamente reale e per adulti (evidentemente), sono stati estratti questi brevi passaggi e ne è montato un caso sulla stampa di destra, che a tutt’oggi confeziona articoli per ridurre l’importanza del tema trattato in una sequenza di parole decontestualizzate, così da addebitare alla Cortellesi pensieri deliranti, censori e da cancel culture in piena regola. Perché rea di aver captato delle innocenti fiabe, dicendo cose “impronunciabili” come: «Biancaneve faceva la colf ai sette nani».

La censura, in tutta evidenza, si è adottata nei confronti della Cortellesi, la quale non sarebbe libera di criticare e fare esempi pescando da elementi culturali noti a tutti. Potremmo fermarci qui. Ma voglio spingermi più in là esaminando anche la legittimità delle sole frasi decontestualizzate dall’intero intervento - pesantemente criticate dalla stampa - per osservare come anche le sole frasi abbiano un importante peso specifico sul versante reale del censorio.

Dobbiamo sempre tener presente la premessa iniziale: le fiabe sono destinate ai bambini.

Biancaneve e Cenerentola sono favole scritte dai fratelli Grimm, e vorrei invitare chiunque a leggere le storie originali scritte da tali autori, e poi confrontarle con le “candide” storie che tutti ricordiamo. Noterete, ad esempio, una Biancaneve spietata e vendicativa; i Grimm amavano molto i colori noir e quasi horror, nei loro racconti autentici.

Perché a noi sono arrivate storie diverse? E’ ragionevole: per fare in modo che i bambini non acquisissero narrazioni nocive che avrebbero avuto difficoltà a elaborare. Quindi le fiabe sono sempre state ritoccate, edulcorate, in accordo coi tempi. Avviene per decisione di valutatori alla luce - ritengo - della miglior pedagogia di quel tempo. E chi dice che oggi quelle modifiche vanno ancora bene? Nell’odierna società assistiamo a mutamenti positivi e più che auspicabili nei confronti della donna - e qui verteva anche l’ironia della Cortellesi rispetto alla serietà del suo film - e le modifiche che ieri potevano andar bene per i bambini, oggi potrebbero richiedere ulteriori filtri o andar bene solo per gli adulti. Proprio come gli originali di quelle favole, che i bambini sconoscono (e anche molti adulti, evidentemente).

Quindi cosa avrebbe censurato la Cortellesi? Quale attentato di cancel culture si sarebbe sottilmente inventata? E sempreché si stia discutendo in un mondo di adulti, e non di bambini. E perché mai non dovrebbe invece ritenersi la stessa Cortellesi oggetto di strisciante censura, rea di aver criticato le nostre amate favole in versione già censurata?

Ora direi che possiamo ragionevolmente fermarci.

L’altra questione è purtroppo molto più triste e toccante.

Le persone non sono tutte uguali. Ciascuno di noi ha sensibilità diverse e soglie di sopportazione altrettanto differenti. Non è ancora chiaro se siano queste le ragioni che avrebbero portato la sig.ra Giovanna Pedretti, titolare di una pizzeria, a togliersi la vita. Pare ci sia stato un errore da parte sua, e sarebbe stata accusata di aver falsificato una recensione fatta al suo locale per attirare maggiore clientela. Una specie di operazione di marketing, insomma.

Ad accusarla sarebbe stato il coinvolgimento della seguitissima giornalista Selvaggia Lucarelli, che dopo aver rilanciato questa supposta falsificazione avrebbe indirettamente suscitato il solito furore odiatore di molti utenti social che la seguono. Un po’ come sciacalli pronti ad avventarsi sulla preda ancora agonizzante. Questi, purtroppo, sono i social.

La signora Pedretti è diventata pertanto bersaglio di strali di ogni genere e, come se non bastasse, è intervenuta anche la stampa a fare appostamenti, chiedere interviste, e confezionare ripetutamente articoli.

Per una banale recensione falsa? Ma che paese siamo.

Questo avrebbe obbligato la ristoratrice a dover sopportare una pressione psicologica e mediatica inattesa e negativa, che per probabile fragilità caratteriale l’avrebbe indotta al gesto estremo che oggi addolora tutti.

Poniamo avesse davvero falsificato quella recensione. Anche le persone migliori del mondo hanno commesso errori nella loro vita, e l’essere delle brave persone non può venir meno scatenando contro di loro un inferno al minimo errore. Sono attenuanti, indulgenza, comprensione e compassione. E mi chiedo se alla signora Pedretti, prima di essere stata condannata, insultata e assediata, sia stato fatto un ritratto adeguato; mi chiedo se fosse incline a tradire la fiducia dei suo clienti falsificando continuamente le recensioni; mi chiedo se non avesse altre, e più grandi, qualità, onori, e luce tali da oscurare l’inciampo che tutti si sono prodigati a mettere in risalto.

Questo mi chiedo.

Tempo fa scrivevo della necessità di trovare dei limiti nella comunicazione, trattando molto sommariamente il tema della censura rispetto a quella che chiamai “comunicazione irragionevole”. Sembra che questo drammatico esempio testimoni quella necessità, perché la verità non può usarsi come una clava per colpire senza pietà chi l’ha tradita. Non esiste nulla che non debba passare attraverso la nostra capacità di saper calibrare il colpo, e dovrebbe essere questo il filtro attraverso il quale far scorrere anche la verità.

Selvaggia Lucarelli non ha sbagliato a comunicare la presunta verità, ma conosce bene l’aggressività dei propri follower e la sua popolarità presso i media tradizionali, che attingono anche dalle sue inchieste/articoli informazioni per poi intessere ulteriormente la notizia. Sapendo ciò avrebbe dovuto calibrare meglio il colpo. Ma da qui in avanti nessun altro l’ha saputo fare.

Quando si tratta di persone comuni, sconosciute, spesso anche indifese verso lo strapotere della popolarità di chi sbatte il mostro in prima pagina, non si invoca l’autocensura del comunicatore ma si prega solo di calibrare il colpo e allargare un po’ più il campo della notizia stessa. Si dica pure che il sig. Tizio ha rubato un orologio da 10 euro in uno store, ma corredando l’informazione da un più ampio ritratto del Tizio scoprendolo magari collezionista di orologi costosissimi di cui fa mostre per devolvere tutto in beneficenza. Quindi chissà cosa avrà spinto il sig. Tizio a rubare qualcosa di così irrilevante; forse è solo un incolpevole cleptomane.

Non ce ne sarebbe bisogno, ma evidentemente la gente non è abbastanza intelligente e matura per capire che il racconto di un errore non è il racconto della persona che l’ha commesso.

Base foto: Rielaborazione da originali di Gordon Johnson (GDJ) e Mike Ljung (Ibokel), da Pixabay

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P. Giovanni Vullo

In questa navicella spaziale, vado in giro a fare scoperte. Provo a capire come funziona. E ve lo racconto.