Riforme - 6. La sanità pubblica

Riforme - 6. La sanità pubblica

Parlare di sanità dopo aver affrontato altri argomenti, a mio avviso prioritari e urgenti in tema di riforme strutturali, può suscitare una certa impressione. La salute è il bene più prezioso e dovrebbe avere la precedenza su tutto, e io sono d’accordo. Ma occorre considerare che la sanità pubblica italiana non è certamente uno sfacelo; rischia di diventarlo, è vero, ma parte con ottimi margini di miglioramento. Inoltre, discutere di salute senza una forma mentis al riparo da derive demagogiche, disonestà intellettuale e impreparazione politica, non servirebbe a nulla.

E’ per questo che ho anteposto quegli argomenti propedeutici.

La comunicazione politica, riforma primaria ed essenziale ingrediente per parlare di qualsiasi altra questione sociale, perché altrimenti si determina la confusione e l’ambiguità che regnano oggi sovrane nel confronto e nell’informazione politica stessa.

La certezza di seguire leggi precise, divulgate, informate, e che onorino la Costituzione, facendo da recinto netto e non fraintendibile, costituisce l’altro fondamentale pilastro che mette con le spalle al muro (rectius: argina) il politico corrotto e disonesto.

La formazione cooperativa, e non competitiva, basata su modelli educativi a misura d’uomo, come terzo e ultimo ingrediente per formare persone preparate, equilibrate, eque e con un pensiero calibrato nell’etica. E a proposito di preparazione culturale, nel capitolo scorso non è stato fatto cenno alla imprescindibile gratuità formativa, attraverso servizi e supporto economico senza alcun limite e fino al completamento degli studi universitari.

Sono riforme titaniche. E con tutta la buona volontà (che manca pure) non ci si può aspettare che si discuta d'altro solo quando sarà raggiunto lo stato dell’arte su quelle questioni. Della sanità pubblica, come delle altre cose di cui parleremo in seguito, dovremmo occuparcene quasi in contemporanea. La priorità di discussione è solo per porre l’accento - e va ribadito! - sulle cose che devono costituire attenzione principale e dedizione senza risparmio di energie. E sono quelle tre; con il resto sottobraccio, a partire dalla sanità. E partiamo da questa solo perché ci sono quattro emergenze affiorate da tempo che si sono consolidate in maniera troppo preoccupante nell’ultimo periodo:

  • Assalto all’autonomia e alle funzioni dei medici di base
  • Carenze di prevenzione e diagnostica
  • Insufficienze nella gestione delle emergenze
  • Personale medico ai minimi termini

Se non fosse per queste sempre più gravi lacune, parleremmo solo di qualche fatiscenza nei luoghi di cura, necessità di capillarizzare le strutture e sommaria disorganizzazione. Perché in effetti il nostro sistema sanitario è stato un vero fiore all’occhiello per il paese, tra i più efficienti in Europa, colpevole solo di un periodo in cui il sistema stesso venne usato come uno dei tanti “votifici”, per raccogliere consensi su questo o quel politico elargendo assistenza a chi non ne aveva bisogno, ricoveri per ginocchia sbucciate, e i famosi armadietti della nonna dai quali traboccavano decine e decine di medicinali scaduti prescritti a semplice richiesta dell’assistito. Con tanti ringraziamenti anche da parte dei colossi farmaceutici.

Senza indugiare oltre, facciamo prima a rilevare ciò che di buono andrebbe fatto oggi. Tornare anzitutto all’originario spirito della legge n. 833 del 1978, che creò e stabilizzò (unificandolo) il Sistema Sanitario Nazionale, per mano dell’allora ministro della sanità Tina Anselmi, una delle poche e vere statiste di questo paese. Per analogia potremmo equiparare i concetti espressi in quella legge come la costituzione ad hoc per una sanità pubblica universale e senza distinzione di ceti. Una distinzione che, obtorto collo, avvenne pian piano negli anni con riforme successive, leggine e federalismi sbrigativi, che la stanno facendo diventare la sanità dei poveri, favorendo una sempre più potente e iniqua sanità privata.

Oggi occorre partire dalla restituzione di autonomia e dignità ai medici di base, potenziandone anche risorse e dotazioni strumentali. I famosi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), nati nel 1992 e perfezionati nel 2001, operano periodicamente su parametri epidemiologici e statistici che hanno stravolto la funzioni di questi ultimi e umiliano sempre più lo spirito della legge istitutiva del SSN. Colpiscono i medici di base con disposizioni ambigue, limitando di fatto la loro autonomia prescrittiva e così l’accesso alle cure per i pazienti, che diventano così dei numeri inerpicati su grafici tramite i quali si stabilisce se, come, e quando, ci si può ammalare ed essere curati.

La semeiotica (o semiologia) è la disciplina medica che si occupa della diagnostica. La parte più rilevante è il cd. “esame obiettivo” al cosiddetto primo accesso del paziente, ove lo si osserva, gli si parla, si ascolta e si ispeziona, considerando anche la sua anamnesi personale e familiare. Una volta avveniva (!) e l’intera attività è peraltro trasversale a diverse altre valutazioni di natura psicosomatica che opera il medico sul paziente. Questa è la porta principale che orienta il medico verso eventuali e ulteriori approfondimenti semiologici rappresentati da esami di laboratorio, strumentali, e in ultimo le consulenze specialistiche. Una porta, oggi, sempre più sbarrata da norme inique, e dunque va nuovamente e urgentemente riaperta senza “se” e senza “ma”.

LEA e depotenziamento dei medici di famiglia fanno parte di una logica del risparmio che non colpisce solo questo versante. A farne le spese sono anche le strutture di assistenza come poliambulatori e ospedali, che la maggior parte dei sistemi autonomi regionali non riesce a rendere efficienti per garantire l’erogazione di servizi di prevenzione e diagnostica salva vita. In realtà, l’Italia ha sempre peccato in merito alla prevenzione, e da sempre risulta fanalino di coda dell’intera Europa. Non ha nemmeno brillato nei tempi e nei modi in cui la diagnostica viene erogata; ma si è passati da quelli già biblici che si sostenevano sino allo scorso decennio, a quelli inaccettabili dei giorni nostri. Inchieste e cronache sotto quest'aspetto ce ne sono fin troppe.

Le ultime due emergenze possiamo esaminarle congiuntamente. Da un lato i ”pronto soccorso” stanno vivendo il peggior periodo della storia, a causa di risorse materiali ai minimi termini: strumenti di diagnostica guasti o obsoleti; presidi/ausili, farmaci compresi, inadeguati o con scorte e dotazioni insufficienti. Dall’altro, c’è una carenza cronica e fuga di medici dalle strutture emergenziali come gli stessi pronto soccorso. Medici che mancano anche nelle corsie, e in quella maltrattata medicina generale fondamento della sanità pubblica; in quest’ultimo caso si parla di una carenza di circa 3.500 medici di famiglia entro il 2025.

Sulla carenza del personale medico vanno principalmente osservati i disincentivi morali ed economici del lavorare presso la sanità pubblica. Manca la valorizzazione professionale e la tutela dell’errore umano, quest’ultimo tanto sregolato da costringere a espedienti e comportamenti talvolta ben più gravi; se infine si aggiungono i turni estenuanti e la retribuzione spesso iniqua, il cerchio è chiuso. Su quest’ultimo aspetto teniamo però presente il tratto marcatamente etico della professione: la retribuzione deve senz’altro essere adeguata, ma alcuni “medici” ambiscono a profitti spropositati e considerano solo accessoria la propria missione di curare persone e salvare vite. Un sistema pubblico, al netto del modello educativo che abbiamo già criticato, è colpevole anche di tale fraintendimento laddove non assicuri un sereno svolgimento della professione e, anzi, spinga le preziose risorse formate verso il sistema privato, se non a farle emigrare verso altri paesi.

Le economie destinate alla sanità pubblica diventano sempre più ridicole e sono responsabili principali dello sfacelo legislativo che si produce di anno in anno, finanziaria dopo finanziaria. Il dibattito che per conseguenza si accende non fa altro che tendere alla giustificazione di tali interventi, tutti ipoteticamente migliorativi ma che nella realtà stanno demolendo il nostro bene più etico e funzionale. Stanno demolendo lo spirito di quella straordinaria legge che lo istituì.

Parleremo presto di soldi, perché si avvicina sempre più lo scontato interrogativo delle risorse economiche che mancherebbero, specie per gli argomenti trattati in questi ultimi due capitoli. Nel frattempo vi do appuntamento al prossimo capitolo.

Vai al capitolo successivo "Dove sono i soldi? (parte 1/2)"

Base foto: DALL-E (IA), su input “Riforme e società stile Banksy”, 24/04/2023

Commenta e interagisci
Vai all'articolo su Facebook
Vai all'articolo su Twitter
Scrivimi
Dona un caffè
La donazione fa giungere questi pensieri a più persone possibili.
Gli algoritmi di ricerca su internet, e quelli preferenziali dei social, non premiano cultura, pluralismo e contenuti utili e interessanti, ma fanno prevalere le banalità, le popolarità, l'intrattenimento, e la supremazia di informazioni mainstream promosse anche da incenti investimenti pubblicitari.
Questo progetto sarebbe invisibile senza costanti investimenti di autopromozione.
CONDIVIDENDO l'articolo e segnalando il sito e i profili social, contribuirai ancora meglio.

Pubblicato da

pgv-mini.jpg

P. Giovanni Vullo

In questa navicella spaziale, vado in giro a fare scoperte. Provo a capire come funziona. E ve lo racconto.