Quando lo “sceriffo” infrange la legge: la crisi del diritto internazionale

Quando lo “sceriffo” infrange la legge: la crisi del diritto internazionale

Gli USA hanno accusato di narco-traffico e narco-terrorismo il presidente venezuelano Maduro. Il 3 gennaio 2026, su ordine dell’attuale presidente americano Trump, è stata compiuta un’operazione militare contro il Venezuela. I bombardamenti a Caracas sono culminati nella cattura e deportazione di Maduro e della moglie in territorio americano. Trump ha annunciato che questa operazione avrebbe liberato il Venezuela dal governo tirannico di Maduro, e da qui in avanti ha ammonito le autorità venezuelane a collaborare con gli USA in questa campagna di “democratizzazione” e – senza mezzi termini – ha anche annunciato che gli USA dovranno diventare protagonisti nella gestione delle ingenti risorse petrolifere del Venezuela (cfr: notizie uniformi su tutte le agenzie e fonti giornalistiche).

Senza anticipare nulla: ma il problema era mettere le mani sul petrolio?

Comunque sia, l’operazione di Trump è stata fortemente criticata e condannata dalla maggior parte delle nazioni mondiali. Tuttavia, alcuni paesi occidentali hanno assunto posizioni ambigue o persino favorevoli: Francia e Germania hanno accettato il risultato (visto che Maduro era comunque un dittatore) pur esprimendo riserve sul metodo; Israele e Argentina hanno apertamente elogiato l'operazione (e non sorprende…). In questo contesto, la posizione italiana risulta particolarmente sconcertante. La presidente del consiglio Giorgia Meloni non si è limitata ad accogliere il risultato, rimanere ambigua o elogiare in maniera generica e spregiudicata l'operazione, ma ha esplicitamente tentato di giustificare la legittimità giuridica dell’operazione attraverso la narrazione del narcotraffico come "attacco ibrido", cercando così di piegare il diritto internazionale per legittimare l'uso della forza unilaterale basato su valutazioni discrezionali di un singolo Stato (cfr: Nota di Palazzo Chigi).

In proposito, vi invito a rilevare le dichiarazioni diametralmente opposte della Meloni alla Camera dei Deputati, in data 17/04/2018, in occasione dell’informativa sull’intervento unilaterale in Siria da parte di USA, GB e Francia, allo scopo di “punire” un presunto crimine di guerra perpetrato attraverso l’uso di armi chimiche. Quindi un fatto ben più grave di quello inerente l’odierno Venezuela. Come leader di FdI, all’epoca all’opposizione, Meloni si dichiarava fermamente contraria all’operazione compiuta sottolineando quanto segue.

[...] non rientra tra gli impegni connessi all’appartenenza alla NATO, l’obbligo di seguire, e neanche di condividere, azioni militari unilaterali decise da uno o più stati membri [...] reputiamo che un'azione militare contro uno Stato per punire un presunto crimine di guerra debba essere fatta in seno alle Nazioni Unite, o almeno con una vasta e trasversale partecipazione della comunità internazionale e non con azioni unilaterali di singoli Stati [...] perché se passa il principio che ha senso un attacco unilaterale verso qualcuno accusato di violenza contro i civili, ci rendiamo conto che noi stiamo sostanzialmente autorizzando l’attacco di buona parte degli Stati del mondo, o mi volete dire che la Siria è l’unico? [...] non possiamo far finta di non sapere che le nazioni che intervengono in Siria hanno degli interessi geopolitici in Siria, Signori! [...] Sono i nostri interessi geopolitici? Permettetemi di avere qualche dubbio. Allora penso che l’Italia debba oggi scegliere se difendere il diritto internazionale, e quindi dire no a interventi unilaterali, oppure stabilire che vige la legge del più forte, dove il diritto internazionale lo stabilisce chi ha la maggiore capacità militare. Capisco che possa essere utile a potenze nucleari come gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna, ma non mi è esattamente chiaro perché dovrebbe essere utile a una nazione, diciamo, militarmente meno attrezzata come l’Italia, disconoscere le Nazioni Unite e stabilire la legge del più forte [...] Fratelli d’Italia in nome dell’interesse nazionale italiano ribadisce la sua assoluta contrarietà ad ogni azione militare unilaterale, anche se viene giustificata con l'idea credibile delle ragioni umanitarie, e anche se viene compiuta dai nostri storici alleati.

(Giorgia Meloni, 17/04/2018, Camera dei Deputati - cfr: Youtube, video Camera dei Deputati)

Non è certo attorno all’evidente doppiezza ipocrita e tornacontista dell'attuale Presidente del Consiglio Meloni che dobbiamo valutare l’odierna operazione USA sul Venezuela, e solo incidentalmente sarà interessante rilevare in quale occasione la Meloni abbia avuto ragione sul diritto internazionale. Le due posizioni sono chiaramente agli antipodi, e la loro verifica ruota attorno a una basilare domanda (calata al caso odierno): può uno Stato aggredire un altro Stato e deportare militarmente il suo presidente? Proprio attraverso quel Diritto Internazionale, citato spesso dalla stessa Meloni, otteniamo risposte ragionevoli e accettabili.

Se i due paesi sono in guerra è chiaro che sia possibile; e può al limite giustificarsi come ritorsione/contenimento di guerriglia militare o attacchi terroristici in danno del paese costretto a difendersi con l’aggressione. In tutti gli altri scenari occorre una consapevolezza internazionale che, in extrema ratio, si determina con un mandato dell’ONU, quale organismo che sostanzialmente riunisce tutte le nazioni del mondo e custodisce la Carta delle Nazioni Unite (“Carta”).

Dunque è stato nel 2018, all’opposizione, che la Meloni pare avesse buona cognizione di come funziona il diritto internazionale.

Ne ha pari cognizione l’odierno premier spagnolo Pedro Sanchez, di cui mi piace riportare alcune parole della sua conferenza stampa avvenuta proprio in queste ore, come sintesi generale del polso mondiale sulla questione.

Il governo spagnolo non ha mai riconosciuto Maduro e il suo governo perché ha infranto le regole e le sue elezioni sono illegittime.

E precisamente per questo stesso motivo non possiamo nemmeno riconoscere la legittimità di un’azione militare che è palesemente illegale, che viola il diritto internazionale e il cui unico obiettivo non sembra essere altro che quello di cambiare l’esecutivo di un altro Paese per appropriarsi delle sue risorse naturali.

L’operazione a Caracas rappresenta un precedente terribile e un precedente molto pericoloso.

Un precedente che, peraltro, ci ricorda aggressioni passate e che spinge il mondo verso un futuro di incertezza e di insicurezza, come quello che abbiamo già vissuto dopo altre invasioni guidate dalla sete di petrolio.

(Conferenza stampa del premier spagnolo Pedro Sanchez – Video pubblicato da “La Stampa” il 06/01/2026)

Stando così le cose, l’operazione di Trump risulterebbe totalmente illegittima e da condannare fermamente, atteso che egli non ha agito per difendersi da guerriglia o per aver subito attacchi terroristici (diritto di difesa, secondo l’art. 51 della Carta), né ha conseguito un mandato, liberatoria, o che dir si voglia, attraverso l’ONU. Le stesse Nazioni Unite hanno già fermamente condannato l’operazione di Trump e posto l’accento sul reato internazionale a cui tale operazione è andata incontro, nonché al pericoloso precedente che si è determinato (cfr: Euronews e Vatican News). Non è infatti difficile pensare alla “legittimazione” che acquisirebbe l’operazione di Putin in Ucraina, o il genocidio che sta perpetrando Netanyauh, e a quanto a tal punto può ancora accadere senza più nessun freno.

L'analisi potrebbe fermarsi qui. Di fatto, non avrebbe senso preoccuparsi di argomentare ulteriormente; ma visto che io sono italiano e mi vergogno profondamente della posizione legittimante – e non di mera approvazione – che la Meloni ha fatto assumere al mio paese rinnegando i principi che lei stessa evocava nel discorso del 2018, penso sia necessario addentrarsi ancor meglio nella questione e spiegare compiutamente, una volta per tutte, perché il diritto internazionale è utile e va assolutamente rispettato.

In tante passate occasioni ho parlato con voi di contratto sociale. Su questo blog non è ancora presente tutto il materiale che ho scritto, ma posso ad esempio segnalarvi l’articolo “Il contratto”. In sintesi, il contratto sociale (cfr: Rousseau, Locke, Hobbes, et al.) rappresenta la rinuncia a una parte delle libertà individuali in cambio di sicurezza. Questo significa che uno Stato, solitamente democratico, si assume l’obbligo di garantire questa sicurezza ai propri cittadini attraverso la legge, e i cittadini si obbligano a sottomettersi alla legge; lo Stato si preoccupa di far rispettare la legge attraverso le forze dell’ordine e la giustizia.

L’alternativa al contratto sociale sarebbe l’anarchia.

In teoria, l’anarchia non è certo un male; si tratta di una forma di autogoverno altrettanto efficace che esalta le libertà individuali e non necessita di uno Stato, e forse anche più efficiente di quest’ultimo. Tuttavia, sarebbe vero solo se tutti gli individui fossero razionali e guidati da forti regole etiche, che normalmente sono codificate nel giusnaturalismo. Purtroppo la realtà è diversa: le persone sono diverse per cultura, istruzione, valori, e capacità di autocontrollo. In un contesto così eterogeneo l’anarchia non produrrebbe ordine e libertà, ma uno squilibrio che causerebbe disordini e dominio del più forte.

Per questi motivi abbiamo ancora bisogno del contratto sociale.

Ora, se allarghiamo lo sguardo al piano internazionale, il meccanismo è sorprendentemente simile. In questo caso potremmo parlare di contratto sociale globale, dove ciascuno Stato cede la propria libertà di poter attaccare, conquistare, e decidere vita e morte di un altro Stato, in cambio della stessa sicurezza per sé stesso, e quindi di non essere a propria volta attaccato, conquistato, etc. In altre parole uno Stato cede sovranità sull’uso della forza a propria discrezione, per garantirsi sovranità sotto ogni altro aspetto.

Ma c’è anche una piccola grande differenza.

Mentre nel contratto sociale interno lo Stato può usare la forza contro un cittadino che non rispetta il diritto interno (es: un evasore, un criminale, un assassino, etc.), nel contratto sociale globale non esiste alcuna autorità che possa usare la forza contro uno Stato dissidente che non rispetta il diritto internazionale (es: Trump, Putin, Netanyahu, etc.).

Nel diritto internazionale, la cui legge è rappresentata dalla Carta delle Nazioni Unite e dagli altri trattati multilaterali o tra singoli Stati, pur esistendo degli organi di giustizia come la Corte Penale Internazionale (CPI), non esiste una polizia mondiale a scopo di contenimento o che faccia rispettare le decisione dei tribunali internazionali. Si fa affidamento principalmente alla buona fede degli Stati stessi, e solo in casi estremi si forma una coalizione “punitiva” che usa la forza per piegare lo Stato che ha violato le regole.

Ma voi potreste immaginare una forza che oggi si opponesse con la stessa moneta a una potenza mondiale come gli Stati Uniti d’America, recandosi alla Casa Bianca per prelevare Trump e processarlo da qualche parte?

Ovviamente non la immaginiamo. Come non riusciamo a immaginarla nei confronti di Putin o di Netanyahu (protetto da Trump), sui quali pendono i ben noti mandati di arresto internazionale della CPI, avendo entrambi violato il diritto internazionale in maniera molto più pesante e intollerabile.

Tutto questo diventa ancora più grave, perché il mondo sembra stia cadendo definitivamente e completamente nelle mani dei più forti.

Quando uno Stato decide di agire al di fuori del diritto internazionale non sta semplicemente “facendo giustizia”: sta spingendo il sistema verso una forma di anarchia internazionale. E anche qui vale lo stesso principio: in assenza di regole condivise e rispettate, non vincono i giusti, vincono i forti.

Il problema, dunque, non è stabilire se il leader di uno Stato sia colpevole o meno. Il problema è decidere chi ha il diritto di giudicare e con quali limiti. Perché se ogni Stato si arroga il diritto di intervenire militarmente contro un altro in base alle proprie leggi interne, allora il diritto internazionale smette di essere un vincolo e diventa un’opinione.

Chiunque sia accusato di crimini deve essere processato attraverso procedimenti legali riconosciuti, non rapito e processato extra territorialmente senza mandato internazionale.

Altrimenti, per banale analogia, potremmo farlo anche in patria: perché rispettare le leggi che non ci piacciono? A casa nostra, facciamo come ci pare; e ogni casa, ogni famiglia, diventi quindi Stato con le regole meglio gradite.

Come spero avrete notato, non sono voluto arrivare alla condanna di Trump usando solo quella parte di retorica che pone l’accento sugli interessi americani nel petrolio venezuelano. Nel tempo, l’atteggiamento da “sceriffo” degli USA ha sempre avuto uno sfondo di convenienza strategico-economica estremamente rilevante, e per questo basta osservare in quali paesi del mondo sono intervenuti gli americani. L’ipocrisia di “esportare democrazia” (non richiesta) è sempre stata palese, mi auguro; forse a Trump occorre riconoscere la sua spregiudicata sincerità nell’asserire “Ora comandiamo noi, e dobbiamo avere accesso totale al petrolio venezuelano”, riassumendone il pensiero. Spregiudicato e intollerabile, ma perlomeno sincero negli intenti più veri.

E’ chiaramente una spregiudicatezza estremamente pericolosa e non certo secondaria a quella di Putin, forse anche più pericolosa laddove si spinge a dichiarare gli altri suoi imminenti obiettivi di appropriazione della Groenlandia, dicendo “ne abbiamo assoluto bisogno”, facendo nascere anche un assurdo paradosso: la Groenlandia è un paese NATO attraverso la Danimarca, e si verrebbe così a determinare che gli Stati Uniti – membri della NATO – dovrebbero difenderla da sé stessi! Mentre nel frattempo minacciano anche Colombia e Messico.

Siamo, insomma, all’apoteosi dell’assurdo.

Su queste basi sarebbe stato facile farvi osservare come questo signor Trump sia totalmente preda della sua follia. Ma qui il punto era un altro: denunciare la crisi del diritto internazionale e la deriva autoritaria delle grandi potenze mondiali. E in un tale scenario le ipotesi sono poche: l’imminenza di un terzo conflitto mondiale dagli orrori inenarrabili; oppure un progetto – esplicito o implicito – tra le tre potenze mondiali per spartirsi definitivamente pianeta e risorse, riducendo alla completa sudditanza ogni altra nazione.

Spero che questo sia arrivato, soprattutto come messaggio animatore di indignazione e protesta. La protesta non è solo un nostro diritto, ma l'unico modo per non accettare che la legge del più forte diventi l'unica legge del nostro futuro.

base foto: NanaBanana 2.5, 07/01/2026, su prompt AE (c)

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P. Giovanni Vullo

In questa navicella spaziale, vado in giro a fare scoperte. Provo a capire come funziona. E ve lo racconto.