Si e No, Ingiustizia

Si e No, Ingiustizia

Le delicate questioni sull’imminente referendum non mi lasciano indifferente, e mi auguro sia lo stesso per tutti voi. Il dibattito si fa sempre più tossico, come quasi ogni altro tema politico negli ultimi tre anni. Vorrei porre una visione concreta e ragionata, fuori dagli schemi propagandistici e focalizzandomi sull’esclusivo interesse del cittadino, oltre le questioni politiche e di potere.

Ovviamente non lo farò con asepsi, come se stessi divulgando un tema scientifico, perché sarebbe ridicolo e ipocrita da parte mia e di chiunque sostenere neutralità su un tema socio-politico del genere: una materia di vita per definizione. Uno scritto – come questo – va valutato per onestà intellettuale. Va valutato accertando che non si stia barando con le parole; che non si stiano manipolando fatti, dati, isolando frasi e decontestualizzando argomenti.

Fate così. Non cercate neutralità retorica ma equilibrio fattuale.

E non potrò essere breve. Vi prometto sintesi, che non è sinonimo di brevità quando la complessità degli argomenti richiede che siano quantomeno sfiorati. Il resto dovete metterlo voi: una solida base culturale, apertura critica, nessun pregiudizio, e tanta pazienza per arrivare fino alla fine.

Partirei con una domanda.

Quando pensate alla Giustizia, cosa vi viene in mente? Cosa pensate subito?

Io penso subito a una Giustizia accessibile e veloce, che ami maniacalmente la verità, dove tutti possano anche permettersi i migliori avvocati e consulenti indipendentemente dalla condizione economica, e che non si debba aver paura di immani sacrifici per episodi di malagiustizia, o semplicemente per aver avuto torto in un caso dall’esito onestamente difficile da valutare.

Vorrei, insomma, una Giustizia aperta, amica, che se sbagli lo faccia capire; e che sul civile, ad esempio, non metta paletti economici per limitarne l’uso e indurre a farsi giustizia da soli, mentre a ricchi e potenti non pone alcun ostacolo.

Infine vorrei una Giustizia dai tempi ragionevoli. Non come quella odierna, dei processi penali che vanno in prescrizione o di quelli civili che durano più di vent’anni.

Io penso a tutto questo quando mi parlano di Giustizia. E ve lo chiedo di nuovo: voi cosa pensate?

Anche Piero Calamandrei – illustre padre costituzionalista – era preoccupato per il divario che si stava determinando già dai primi anni ‘50 nell’amministrazione della Giustizia.

"La legge è uguale per tutti" è una bella frase che rincuora il povero, quando la vede scritta sopra le teste dei giudici, sulla parete di fondo delle aule giudiziarie; ma quando si accorge che, per invocar l’uguaglianza della legge a sua difesa, è indispensabile l'aiuto di quella ricchezza che egli non ha, allora quella frase gli sembra una beffa alla sua miseria

(P. Calamandrei, in “Processo e Democrazia” – Padova, Cedam 1954)

Chi mi segue saprà quanto io citi spesso Calamandrei. Questo brano, in particolare, racchiude una gran verità. Sulla mia pelle ne ho potuto sperimentare l’amarezza riflessa, sfuggendovi solo grazie a disciplina, studio ferreo, e acquisto di nuove capacità tecniche nell’ambito del Diritto, unitamente a una discreta disponibilità economica che mi hanno consentito di potermi difendere o attaccare senza particolari limitazioni.

Tra processi penali affrontati e decine di processi civili e amministrativi, in circa trent’anni di frequenza presso svariate aule di tribunale, aiutando anche altri, meriterei forse un piccolo bonus ad honorem sulla futura pensione.

Nel penale ho sperimentato l’incapacità professionale e la corruttibilità (da me supposta) di alcuni organi inquirenti, nonché della magistratura requirente e giudicante. In un caso molto personale i costi si sono aggirati nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, con un’azienda altamente tecnologica che alla fine ha dovuto chiudere i battenti a causa della pessima pubblicità ricamata dai giornali: prime pagine e articoloni sulle accuse, insignificanti trafiletti quando giungevano assoluzioni e vittorie. Troppo per un semplice cittadino medio, ben distante dall’essere abbastanza potente o ricco per accedere al livello successivo, quello in cui le assoluzioni non contano nulla e addirittura le condanne fanno curriculum.

Ma, come vi dicevo, c’è tutto il riflesso di quelle amare parole di Calamandrei, quelle risposte ricercate a cui facevo cenno nel pensare alla Giustizia. L’esperienza di un singolo, sebbene intensa, non avrebbe alcuna rilevanza oggettiva; lo diventa solo quando all’esperienza si congiunge una pratica quotidiana di ricerca e studio, come quella che mi ha infine appassionato da cittadino non potentato, oggi felicemente modestissimo. Insomma: di necessità si fa virtù!

Perché tutto ciò accade al cittadino medio, e ancor più a quello povero?

La risposta è più semplice di quanto si possa credere.

La Giustizia in Italia è giunta oggi a livelli di afflizione inaccettabili.

  • Organico in apnea cronica: 11,8 giudici per 100 mila abitanti, rispetto alla media UE del 17,6; mentre per i pm il rapporto è 3,8 (ciascuno gestisce circa 1.192 casi) contro l’11,6 europeo (204 casi). Una vera tragedia (Fonte: Cepej, 2024).

  • Necessità di assumere almeno 1.000 nuovi magistrati all’anno per i prossimi 5 anni, anche in sostituzione dei numerosi “magistrati onorari” che non sono professionalmente preparati, e nonostante questo rivestono comunque poteri requirenti e giudicanti per tamponare le carenze di organico (un po’ come avviene con gli insegnanti precari, ma almeno quelli sono qualificati).

  • Sistema claudicante anche per carenze nell’organico amministrativo e di cancelleria, con personale ridotto del 30% rispetto a quello necessario.

  • Ipertrofia normativa e giurisprudenziale: abbiamo circa 250 mila leggi (Fonte: ministro Nordio), di cui ben 33 mila sono ancora dei Regi Decreti (residui della monarchia), scritte spesso con linguaggio ambiguo e arcaico, con parecchi casi di sovrapposizione tra norme, determinando una palese incertezza del diritto. Un dramma epico, se consideriamo che Francia, Germania e Regno Unito, messi insieme, arrivano a poco più di 15 mila leggi!

In passato affrontai la questione anche da altre prospettive: "Giustizia intelligibile".

Sull’ultimo punto in particolare ci sovviene l’amara constatazione di Tacito: «Corruptissima re publica plurimae leges». Più la repubblica è corrotta più numerose sono le sue leggi.

Condizioni kafkiane che implicano problemi molto seri, se non drammatici, e causano frequenti episodi di malagiustizia a danno soprattutto dei comuni cittadini.

Il nostro sistema giudiziario è stato ben progettato all’origine; oggi servirebbe solo che funzionasse altrettanto bene. A volte ci si lamenta – e l’ho fatto anch’io – di sentenze alienanti, se non proprio ingiuste. Ma ci sfugge che il funzionamento della giustizia si fonda anzitutto sul merito: che non è una mera analisi dei fatti ma l’indagine sulla realtà concreta attorno alla quale tali fatti si sono prodotti, sfumando la tutela giuridica invocata. In altre parole, una norma di Diritto non è mai bianco o nero, e va qualificata sui fatti accaduti in un certa modalità e realtà. Qui purtroppo sono necessari nozioni un po’ più specifiche per comprendere e criticare questa impostazione, e a molti potrebbe bastare sapere che ci sono voluti millenni per arrivare a tale saggio principio.

Il rovescio della medaglia consiste nei frequenti errori di merito durante la qualificazione del fatto nella legge astratta, dovendo intrecciare troppe norme e valutare l’orientamento della giurisprudenza, peraltro non vincolante, che è ancora più voluminoso (casi simili già decisi, in tutti i gradi di giudizio); talvolta valutando anche la dottrina (studiosi e teorici del Diritto). Si tratta di quella “ipertrofia normativa” di cui parlavamo; e se unita al tempo infinitesimo di un magistrato che lavora al minimo delle dotazioni e sotto organico, oltre al carico di centinaia di casi sul groppone, la miscela diventa chiaramente esplosiva. Talvolta prevalgono convinzioni personali confortate anche da una giurisprudenza minoritaria, non perfettamente aderente al caso, e magari anche superata (casi precedenti che danno ragione al giudice ma sono controversi).

Ci sarà un rimedio a tutto questo?

Il rimedio esiste e ce l’ha in mano il legislatore, ossia il governo di turno che detiene la maggioranza in parlamento. Esso dovrebbe (almeno dare il via):

  • Eliminare il 95% delle leggi esistenti.
  • Emanare norme chiare e senza contrasti, facendo funzionare bene i “Comitati per la legislazione” di Camera e Senato
  • Ridurre il perimetro interpretativo del giudice (Diritto Vivente), esaminando la giurisprudenza che contrasta con “l'interpretazione autentica” (cioè quello che aveva in mente il legislatore quando scrisse la norma) e cambiare/riformulare tale norma per eliminare il contrasto e far prevalere la propria interpretazione
  • Integrare l’organico giudicante e requirente con le necessarie assunzioni
  • Integrare l’organico di cancelleria e amministrativo, in egual modo

Se invece perdureranno le attuali condizioni non possiamo lamentarci troppo coi magistrati che sbagliano, salvo non venga provato il dolo, il diniego di giustizia, o la colpa grave, presso un CSM che già esiste e che risulta tra i più severi a livello europeo (media sanzionatoria dello 0,4-0,5% rispetto allo 0,2% europeo, spesso quattro volte tanto rispetto a Spagna e Francia - Fonte: Cepej, 2024)). La mera interpretazione errata resta un territorio grigio, dove le responsabilità sfumano e sono difficili da rintracciare in concreto. Solo il legislatore può diradare queste opacità occupandosi – ripetiamolo! – di quell’elenco di cose da aggiustare, prima di pensare ad inasprire punizioni che sono già ben oltre la media.

Esisterebbe poi un rischio ben più severo nell’inasprimento della responsabilità permanendo i problemi organico-strutturali della Giustizia, promuovendo un possibile aumento dell’impunità generale, con magistrati timorosi che diventerebbero troppo garantisti; o al contrario troppo giustizialisti, moltiplicando le condanne ingiuste. Questo dipenderà dal versante su cui potrebbe gravare l’accresciuta soglia/certezza di punibilità, e le fasce che si vorranno tutelare (apertamente o velatamente, non possiamo escluderlo).

La responsabilità, e dunque la certezza della punibilità, può nascere unicamente in un sistema chiaro e che funziona, non nell’attuale giungla normativa e giurisprudenziale caricata su un organico peraltro insufficiente e in parte inadatto.

C’è chi ugualmente storcerà il naso. Ma queste sono evidenze, non chiacchiere; d’altra parte non abbiamo materiale opposto da valutare per determinare che i magistrati siano davvero gli unici responsabili degli errori giudiziari, ed è quindi loro che bisogna colpire in qualche modo. Quell’argomento che spesso si legge e sottende allo stravolgimento della legge, anche per questione di utilità ideologico/politica dei magistrati stessi, inerente le cosiddette “correnti” (in particolare quella della “toghe rosse”), è una constatazione certamente veritiera. Ma non basta. E’ numericamente indefinita: non sappiamo quanti casi del genere si riscontrino e quanto questo incida sull’assetto e correttezza globale della magistratura. Dunque la domanda è: si tratta di bias o è davvero emergenziale?

Purtroppo non posso presentarvi dati in merito, perché non ne ho. Se dovessi basarmi sui casi che sporadicamente emergono nel mainstream mediatico, e tengono banco anche per settimane in rispettivi lanci di accuse dalle parti politiche interessate, allora dovrei dire che sono appunto casi sporadici e irrilevanti, ancor meno di bias, spesso non accertati nella misura definitiva “del male e del perché” sarebbero errori. E così finirei per sminuire la questione. Preferisco, invece, chiedere dati e definizione finale dei casi da parte di chi denuncia questa cosa.

Tornando alla capacità d’intervento del legislatore a chiarezza delle sue leggi, sarà conveniente fare un esempio (su possibili centinaia) di come la volontà del legislatore prevalga sempre sull’interpretazione giudicante.

Questa estate abbiamo apprezzato una sentenza di Cassazione a sezioni unite (SS.UU. Civ. n. 23093/2025)) che ha risolto definitivamente un tema complesso: la rinuncia alla proprietà immobiliare e l’acquisizione di tale proprietà al patrimonio dello Stato. Siccome le norme non erano chiare, i pareri discordanti, e tante sentenze precedenti si contrastavano a vicenda, è stato necessario questo intervento definitivo.

Ma definitivo solo per modo di dire. L’ultima parola spetta sempre al legislatore, se vuole intervenire. E in questo caso è intervenuto quasi immediatamente attraverso la legge “Finanziaria 2026”, sconfessando la Cassazione e mettendo il vero punto alla questione. E’ stato definitivamente scritto, per legge, che non è possibile rinunciare a una proprietà perché fa comodo, e cioè quando è fatiscente, pericolante, abusiva, e dunque incommerciabile.

Fine della storia. La legge ora è chiara. Sarà anche controversa perché in “due parole” riapre molti quesiti che la Cassazione aveva risolto in 54 pagine di ragionamenti. Ma questa sarà eventualmente materia per la Corte Costituzionale, se verrà interpellata e ravviserà sproporzioni.

Emerge che la malagiustizia è principalmente effetto del malgoverno. Può risolvere qualcosa questa riforma?

Anche risolvendo i problemi di organico della Giustizia e pure ogni altro intralcio strutturale e di risorse, i magistrati avrebbero ben poco da fare se l'ipertrofia normativa e le leggi scritte male, deboli, ambigue, o contro i principi costituzionali, continueranno a essere promulgate da un legislatore distratto o incapace.

La legge la crea il governo di turno. I magistrati la interpretano e applicano.

Il ministro Nordio ha più volte chiarito che questa riforma non riguarda alcun miglioramento operativo, organico o strutturale della magistratura, che quindi rimarrà con le sue inefficienze e insufficienze di personale e carichi fuori scala. Per conseguenza, la riforma non interviene sull’efficienza della Giustizia, dei suoi tempi biblici, degli alti costi e dei problemi di accesso. La riforma non riguarda nemmeno il problema dell’assurdo numero di leggi, della loro chiarezza, e dell’incredibile mole di giurisprudenza esistente e contrastante.

Insomma, la riforma non riguarda nulla di quello di cui abbiamo parlato finora.

Tuttavia, con questa riforma da confermare attraverso il referendum, il governo ritiene di risolvere ugualmente il problema della malagiustizia, perlomeno di una parte di essa. Il governo ritiene che a prescindere da tutti quei problemi che la riforma lascia irrisolti, il problema principale sarebbe che i magistrati lo facciano di proposito a interpretare male la legge Non solo le nuove norme che ha prodotto questo governo nel suo arco legislativo, ma ogni precedente legge a cui il governo stesso attribuisce significati evidentemente diversi (e torna quella domanda: dove sono i dati?).

Per esempio, una delle cose su cui il governo si lamenta spesso riguarda l‘eccessiva indulgenza dei giudici con extracomunitari, clandestini, ladri di vario genere, manifestanti violenti, e così via. E al contempo il governo lamenta l’eccessiva severità con chi si difende, anche uccidendo, specie se a farlo sono le forze di polizia. E in questo caso ritiene che la magistratura inquirente non dovrebbe nemmeno indagare.

La critica del governo è sempre però assertiva e fa leva su casi sporadici sul nascere, quindi indefiniti nell’evoluzione. Manca quasi sempre di riscontri argomentativi che colpissero le norme male interpretate (se è così), e dunque il motivo per cui si dovrebbero leggere diversamente, e agire diversamente. E manca, soprattutto, la ragione per cui il governo stesso non cambi le norme incriminate risolvendo il problema alla radice. In questo modo impedirebbe ai giudici di interpretare male, e fin qui lo abbiamo ripetuto davvero tante volte. Ma questo il governo non lo fa, e non spiega nemmeno perché non lo faccia, oltre a non fornire dati su questa eventuale “emergenza”.

Prendendo ogni cosa per vero, il governo allora decide di scindere la magistratura e rendere certe le punizioni (e di punizioni ne abbiamo già parlato ampiamente). La riforma abolirà il CSM unico e farà nascere due distinti CSM, uno per i giudici e l’altro per i pm. Farà anche nascere un terzo organo chiamato “Alta Corte Disciplinare” che sarà indipendente dai primi due e si occuperà di giudicare e sanzionare le malefatte dei magistrati. come già fa efficacemente il CSM unico (vedi sopra).

E’ chiaro il problema, ma non lo scopo di dividere. Parrebbe l’infausta tecnica del divide et impera.

La riforma è davvero poco chiara, a tratti immotivata, e non si capisce nemmeno perché la divisione aiuti.

E’ pur vero che molti hanno offerto spiegazioni e orientato le loro tesi.

Quelli per il SI, dicono che con questa scissione netta tra le carriere dei magistrati – di fatto già implicita: nel 2024 solo 42 magistrati su 8.817 hanno cambiato carriera, e possono farlo una volta sola con diverse restrizioni, solo nei primi 10 anni di carriera (Fonte: Ministero della Giustizia) – le correnti politiche interne alla magistratura non potranno più incidere, perché i membri di questi tre organi verranno sorteggiati. Non è chiara l’utilità di colpire le correnti (espressione di democrazia) ma a ben vedere, anche con il sorteggio esisteranno le correnti, perché se un magistrato è di destra o sinistra rimane tale a prescindere che sia eletto per voto o per sorteggio. I sostenitori del SI dicono anche che la scissione tra due organi, pm/giudice, eviterà che i giudici simpatizzino per le tesi dei “colleghi” pm, rendendoli più autonomi; ma a ben vedere nel 48% dei casi i giudici decidono all’opposto di quello che chiedono i pm (fonte: sempre il Ministero della Giustizia), quindi un perfetto equilibrio di autonomia decisionale.

Quelli per il NO, dicono che il sorteggio dei membri laici di questi tre organi sarà pilotato dal governo di turno, il quale potrà comporre liste di giuristi simpatizzanti dove chiunque venisse sorteggiato sarà comunque un fedele del governo medesimo, dunque le correnti della magistratura continueranno a esistere ma saranno molto più assoggettabili al governo di turno; infatti Nordio fece una dichiarazione intellettualmente onesta in un’intervista: «Mi stupisco di come la Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro una volta andati al governo», sembra una chiara e audace ammissione di una riforma progettata per controllare l’autonomia della magistratura. I sostenitori del NO temono anche che la divisione netta tra giudici e pm generi il cosiddetto "superpoliziotto", ossia un pm che non ha più interesse a valutare tutti gli elementi dell’indagato (già lo fa con difficoltà oggi) ma solamente quelli che lo inchiodano è favoriscono l’unico scopo carrieristico del pm stesso. Dunque un pm che potrebbe diventare agnello con i potenti e superpoliziotto contro i cittadini.

Se volessimo decriptare la riforma osserveremmo che le ragioni del SI (argomenti) descrivono una realtà che non si riscontra o contrasta con dati opposti; mentre le ragioni del NO (paure) sono talvolta confermate nelle parole del governo stesso che promuove la riforma.

Non è che la politica sta cercando di favorire sé stessa?

Il tema è la Giustizia, e il timore è sacrosanto. Specie se non riusciamo a decodificare adeguatamente la riforma e quei tanti problemi – reali! – della Giustizia addossati al cittadino, che vengono paradossalmente messi da parte e lasciati tali e quali: necessità di accedere alla Giustizia alla pari di ricchi e potenti; necessità di essere veramente “uguale” per tutti nel giudizio; necessità di essere giudicati in tempi accettabili; necessità che non vi siano privilegi in ambiti sottoposti già a grandi poteri e autonomie (come burocrazia e politica) che determinano ogni anno miliardi di danno erariale a causa della corruzione. L’Italia è praticamente la peggiore dei paesi occidentali (dietro di lei solo paesi in forte crisi ed economie emergenti o da terzo mondo).

Ma osserviamo anche come viene promossa la riforma.

Propaganda di Fratelli d'Italia sul referendum

Queste sono le grafiche promozionali di pochi giorni, rispetto alle infinite che Fratelli d’Italia (primo partito di governo) posta quotidianamente su tutti i propri social.

Come possiamo vedere, la riforma viene presentata come risolutrice di tutti i problemi, persino di velocizzare le sentenze. E’ una propaganda fuorviante e distante dalla verità di questa riforma.

  • Il problema del clandestino risarcito? La riforma non risolve! E’ questione di legge. Vanno letti gli atti, se del caso impugnati, ed eventualmente cambiata la legge.
  • Levare la multa a Report? La riforma non risolve! E’ questione di legge. Vanno letti gli atti, se del caso impugnati, ed eventualmente cambiata la legge.
  • Errori giudiziari e risarcimenti? La riforma non risolve! E’ primariamente una questione di ipertrofia normativa, organici insufficienti, vanno ridotte le leggi e rese più chiare.
  • Le “toghe rosse” liberano i delinquenti, non rimpatriano, danno pene indulgenti? La riforma non risolve! E’ questione di legge. Vanno letti gli atti, se del caso impugnati, ed eventualmente cambiata la legge.
  • La giustizia è lenta? La riforma non risolve! Bisogna intervenire in riassetto organizzativo, risorse, assunzioni di magistrati, etc.

Difficile non essere sospettosi (per non dire altro) di fronte a tale martellante propaganda, che per tutta evidenza tenta di “vendere” al cittadino una riforma assolutamente inverosimile e distante da quelle grafiche.

«Si, ma Palamara…»

Talvolta, dopo aver compiuto una ricognizione argomentativa non semplice, cercando anche di rincorrere la sintesi, si ottiene questa osservazione astratta: «Si, ma Palamara…». Non entro nel merito per attaccare ad hominem questo ex magistrato, radiato dal CSM, che presenterebbe connotati opachi. Perché dovremmo esaminare i motivi, determinare l’autorevolezza odierna, dissipare quell’opacità, e così via. Basta, invece, rilevare che le dichiarazioni in un libro o nei salotti TV hanno pregio solo quando saturi di elementi probanti di un certo pregio, determinando quegli indizi gravi, precisi e concordanti, che vanno ben oltre la testimonianza personale, elemento rilevante ma insufficiente per risalire a una verità complessa. Semplificherò troppo, ma immaginate se un assassino possa essere considerato tale solo perché un singolo testimone lo asserisce. Ci vogliono ben altri elementi a contorno.

Ma ben venga anche Palamara!

Però, ogni tesi, o testimonianza, confrontatela semplicemente con l’utilità ai fini della Giustizia necessaria al cittadino, non quella dei veleni per la gestione del potere in sala comando. Verificate alla luce di quello che abbiamo fin qui discusso e cucito sugli esclusivi interessi del cittadino. E questo vale tanto per il SÌ quanto per il NO.

E ora di concludere!

Farete le vostre valutazioni. Informatevi ulteriormente al fine di una scelta che è dovere di tutti compiere nella maniera più informata possibile e in assoluta assenza di dubbi. Ma se proprio rimarrete con qualche dubbio, allora fate tesoro di questo vecchio proverbio “conservatore” siciliano (come siciliano è chi scrive):

Cu lassa a via vecchia pa nova,
   (Chi abbandona la vecchia via per quella nuova)
sapi chi lassa ma un sapi chi trova!
   (saprà cosa lascia ma non cosa trova!)

Devo aggiungere un’osservazione importante sugli ultimi avvenimenti che hanno messo in croce il magistrato Nicola Gratteri, uno degli ultimi simboli forti rimasti nella lotta alle mafie e al malaffare. Gratteri ha affermato che voteranno “SI” al referendum gli indagati, gli imputati, evidentemente colpevoli, la massoneria deviata, che non avrebbero vita facile con una Giustizia efficiente. Tali parole sono senz’altro controverse ma sono anche state oggetto di una condanna che ritengo superficiale, perché a rigore di una corretta linguistica e contestualizzazione l’affermazione di Gratteri si risolve senza dubbi o ambiguità: non tutti quelli che voteranno “SI” sono quei soggetti, ma tutti quei soggetti voteranno “SI”.

E’ ovvio che molte persone perbene voteranno SI.

La differenza è determinante. La riflessione che ci viene proposta da Gratteri non è da poco. Perché se alla gente di malaffare converrebbe votare SI, allora le altre persone perbene, convinti in buona fede che il SI sia la cosa giusta, dovrebbero stare attenti, secondo Gratteri. Il loro consenso, purtroppo, si unirebbe a quello degli interessi di quella gente. Sarà così? Gratteri pensa questo.

A Gratteri, però – imperfetto come tutti gli umani – va senz’altro reso omaggio per la sua incessante lotta al crimine e la rinuncia a una vita normale, sacrificata sull’altare di questa difficile e pericolosa missione. Qualcuno faceva notare: «Se oggi Falcone Borsellino fossero vivi li trattereste a pesci in faccia come state facendo con Gratteri. Ma il mese di Maggio è alle porte, e già tutti voi infami state scegliendo le ipocrite immaginette da postare». Ho perso il riferimento all’autore, ma la citazione ci fa ben comprendere di come sia diventato tossico il confronto, fatto di accuse reciproche piuttosto che di argomentazioni. E in questa nube tossica si inserisce anche il ministro Nordio, che per l’ennesima volta attacca i magistrati, dicendo in sintesi che: “l’attuale sistema di nomine di magistrati sarebbe para-mafioso”.

Su questa affermazione, linguisticamente, non riesco a trovare la quadra di legittimità. Nordio dice che è una citazione a un altro magistrato che l’avrebbe detto prima di lui (sarebbe il pm Di Matteo, che però si dichiara assolutamente contrario a questa riforma), ma non ha spiegato se la ragione di questa citazione – se lo è davvero, ma non subito palesata – sia stata per dissociarsene o per aderirvi, perché risulta molto grave definire l’attuale CSM “para-mafioso”, compiendo quasi un doppio vilipendio: indubbiamente all’Ordine giudiziario, tutelato dall’art. 290 c.p.; e in ipotesi si vilipende anche il Presidente della Repubblica, ex art. 278 c.p., essendo egli il capo del CSM.

E infine veniamo al sodo.

Secondo quanto emerso dai nostri ragionamenti, la riforma non è necessaria e non risolve nulla. Pertanto, non esiste nessuna ragione per intervenire su svariati articoli della Costituzione, e in particolare sull’art. 104, nella sua essenza di indipendenza unitaria e inscindibile: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere».

Pertanto, io voterò “NO”.

Abbiamo affrontato molti argomenti, ragionandoci sopra. Non c’è stata alcuna polarizzazione né pregiudizio. Se volessimo completare questa lunga riflessione con elementi controversi circa i pregressi interventi di questo governo in tema di Giustizia, dovremmo rilevare provvedimenti inspiegabili come:

  • Aver abolito l’abuso d’ufficio nel paese più corrotto dell’intero occidente.
  • Aver depotenziato le intercettazioni durante le indagini.
  • Aver previsto l’avviso all’indagato con 5 giorni di anticipo prima dell’arresto, introducendo un enorme rischio per l’inquinamento delle prove e/o la fuga (come già accaduto).
  • Aver dichiarato, per mezzo del suo ministro della giustizia, che le intercettazioni per le “mazzette di modesta entità” sono vergognose e saranno anch’esse limitate (rubare poco – e non è chiaro quanto sia questo “poco” – rimarrebbe verosimilmente impunito).

Una chiosa finale inevitabile e doverosa.

base foto: Gemini AI, NanoBanana Pro, 17/02/2025, su prompt A.E.

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P. Giovanni Vullo

In questa navicella spaziale, vado in giro a fare scoperte. Provo a capire come funziona. E ve lo racconto.